Lingua e cultura sarda, per rina brundu
c’erano una volta e… ci sono ancora:online!
C'era una volta la lingua sarda. Pensavamo. Allora. Ricordi di più di un quarto di secolo fa quando le giornate trascorrevano monotone sotto il solleone di un'altra estate isolana, dentro i momenti nebbiosi, innevati, tipici delle morte stagioni dell'Imperturbabile Montagna, tra i cespugli fioriti, i pascoli verdi, odorosi di primavera come solo sanno essere in Ogliastra. Nella nostra Ogliastra. Quella stessa che ci fece dono della lingua, del dialetto e che, nel bene o nel male, ha determinato la nostra forma mentis. Perché... dicono siano i diktat religiosi (o pseudo-tali) e linguistici a regalarci (o imporci) l'impronta privata che ci accompagnerà per il resto dei nostri giorni. Dal primo vagito dunque. Fino alla fine. Oltre. Forse.
C’era una volta la lingua sarda e la vergogna dell’appartenenza. La vergogna dell’identità. Per noi ragazzi ogliastrini degli anni ’80, figli diseredati delle croniche carenze che affliggono ogni momento anche solamente pensato nella Sardegna interna, figli di operai, di donne che indossavano le tradizionali gonne nere e su sciallu, anch’esso perenne riflesso d’ebano, la vergogna si manifestava alla radice, nel momento stesso dell’utterance, ovvero del proferir parola.
Più delle ricchezze possedute, più della storia familiare, la lingua parlata nel quotidiano, il sardo o l’italiano, determinava lo status. Soprattutto, bastava a fare la differenza, bastava per riconoscere is sennoras e is sennores, in mezzo ad ogni altro cristo, figlio di un Dio disincantato ma fondamentalmente rozzo, che si arrabattava intorno a noi. Con noi. Non a caso, non erano in pochi a preferire l’auto-censura: nel dubbio, tacere. Zittire. Per sempre, se necessario. Com’era costume tra le diffidenti formiche del Gennargentu e come avrebbero fatto presto i nostri vecchi che di quella vergogna erano l’emblema vivente.
C’erano una volta la lingua e la cultura sarda. Pensavamo. Allora. Prima di mettere tanto impegno per appropriarci di moduli linguistici e letterari differenti; moduli internazionali, planetari che, nel tempo, hanno modificato in maniera subdola il DNA originario, per lasciare il passo ad un infuso cerebrale privato d’ogni identità. Nello specifico, liberato d’ogni vergogna, della zavorra che era la nostra inconfessabile sardità, ma anche impedito e spaesato nel suo sapere, ad un tempo, di tutto e di nulla.
E poi venne Internet e il suo villaggio globale, melting-pot culturale e linguistico per eccellenza, universo elettronico parallelo fatto ad immagine e somiglianza dei suoi ideatori; copia virtuale del Creato e quindi dei suoi luoghi, del suo presente e del suo passato, formidabile fustigatore delle sue maniere indegne e dei suoi vizi capitali. Vendicatore delle sue vergogne.
Dopo un quarto di secolo, quale meraviglia dunque, nello scoprire una Cultura e una Lingua sarda più vive che mai nelle loro vicende quotidiane! Ancora, quale meraviglia nello scoprire che, lungi dall’averne accelerato il processo di progressiva estinzione, sono state proprio le moderne tecnologie ad innescare l’attuale movimento di recupero (scevro d’ogni inibizione ancestrale!) delle pratiche legate alla nostra identità linguistico-culturale originaria, prima fra tutte, quella di scrivere in sardo!
Alla velocità della luce, la posta elettronica veicola ogni giorno miliardi di messaggi e, tra quelli, sono sempre più numerose le e-mail scritte nei diversi dialetti della Sardegna. Non solo. L’abbattimento dei limiti di maniera, caratteristici dell’era Post-Internet, ha portato con sé, ventate di una sconosciuta, fino ad ora, libertà intellettuale, democratica e democratizzante che, nel suo logorarsi, è già sfociata in una peculiare forma di snobbismo d’elite.
Non sono pochi infatti gli intellettuali (anche tra quelli che non perseguono un preciso intento ideale), nonché gli addetti ai lavori isolani, che usano esclusivamente sa mamalimba sarda nelle loro comunicazioni elettroniche. Moltissimi sono invece i cittadini qualunque che scrivono messaggi e chattano in Internet solo e solamente in dialetto. Con apparente facilità sembrano avere superato anche tutte le difficoltà che avrebbero dovuto palesarsi (almeno a detta di chi è fermamente contrario all’insegnamento de sa limba nella scuola dell’obbligo), a causa dell’utilizzo incrociato delle diverse varietà del sardo.
Una prima, paradossale, conseguenza delle cose è dunque il fatto che, a dispetto dei tentativi (più o meno riusciti) di assimilare modalità linguistiche globalizzanti, onde dimenticare le morte stagioni della Sardegna interna, per noi ex ragazzi degli anni ’80 (e non solo), approdati per scelta, o per destino, alle diverse latitudini, può presentarsi il problema del recupero dell’identità linguistica, non per bizza ideologica, ma per mera necessità comunicativa.
Anche il peculiare impatto sulle cose della cultura sarda in senso lato è consequentia rerum. Perché è la Lingua (quando esiste una struttura economica - e, a quanto pare, anche tecnologica - sufficientemente dinamica per supportarla) a diffondere la Cultura, quindi la Letteratura, la Poesia, non viceversa. Con questo voglio aprire una parentesi sulla questione posta da Natalino Piras lo scorso 17 Dicembre tra le pagine culturali de La Nuova Sardegna. Piras, nel suo articolo, I poeti sardi? Non esistono, lamentava il fatto che tra i 400 autori del Novecento, antologizzati nel numero di dicembre dalla prestigiosa rivista “Poesia”, nessuno fosse sardo. Ancora, sosteneva che la Sardegna letteraria esiste ed è sempre esistita solamente quale frutto di uno stereotipo imposto: ieri il deleddismo, oggi il noir. In particolare, la ricerca di una moderna dimensione letteraria precipuamente insulare portava ad un cul de sac intristito dalla mancanza di un vero interesse (Premi e Concorsi vari a parte) per le cose della Poesia.
Giustifico il mio intervento in questa vecchia querelle (semmai debba giustificarlo!) con l’essere una di quelle scrittrici sarde di noir, ma soprattutto in virtù dell’attività svolta negli ultimi due anni sul sito Terza Pagina (www.villanovastrisaili.com). E’ stata infatti proprio quest’ultima esperienza ad avermi permesso, io sarda emigrata, portatrice sana, a mio modo, di un io-diviso (e quindi loco – forse- e quindi male unido) di avvicinarmi, di nuovo, alle cose di Sardegna, alle cose della Cultura sarda, della Lingua sarda, della Letteratura e dunque anche della Poesia della mia terra d’origine.
La meraviglia provata (già detto) è stata tutta nello scoprire la mia Lingua e la mia Cultura (la sua Letteratura e la sua Poesia), non solo più vive che mai, ma intente ad assicurarsi la loro parte di immortalità virtuale che, volenti o nolenti, sarà tutto ciò che conterà davvero nel futuro prossimo. Quando parlo di Letteratura sarda faccio però punto di non includere la produzione noir che per quanto mi riguarda (vedi,
Venti regole per scrivere un giallo, Una moderna riscrittura (ex novo, in verità!)), e data la sua natura di scrittura d’evasione (non importa quanto evoluta! E che non mi si venga a raccontare la favola della pseudo-sperimentazione-linguistica portata avanti da dati scrittori noir illuminati, sperimentazione fatta utilizzando i moduli guina-pig del poliziesco!!!), rimane e rimarrà sempre una scrittura di partenza. Mai una scrittura di arrivo.
La Cultura sarda che vive ondine è data invece dalla nostra Grande Letteratura e dalla nostra Grande Poesia passata e (limitazioni del copyright permettendo) presente, proposta e risuscitata tra le righe dei tantissimi siti creati dai molti e disinteressati aficionados (i quali, nella maggior parte dei casi, ci rimettono di tasca propria!). Rispondendo quindi, indirettamente, alla domanda che titola l’intervento di questo grande intellettuale sardo, e all’altra, che lo chiude (a chi è che interessa oggi la poesia?), cito per tutti l’ottimo lavoro di diffusione della produzione dei poeti in limba che da tempo viene portato avanti da Luigi Ladu (www.luigiladu.it), anche lui emigrato, anche lui esperienza delle necessità prime che appartengono ad un io e ad un cuore(sardo)-diviso.
Se partiamo dunque dal presupposto che ciò che ricerchiamo è un interesse vero per le cose della nostra Poesia (ma anche della nostra Letteratura, della nostra Lingua e della nostra Cultura in generale), e non la vanitas insita nella vittoria di un premio, o di un concorso (ma neppure il ritrovarci – come popolo e natzione letteraria - in questa o quella prestigiosa antologia d’oltre mare), possiamo senz’altro affermare che, non solo la nostra Poesia e la nostra Letteratura interessano ai tanti, ma soprattutto che la cultura e la lingua sarda c’erano una volta e… ci sono ancora! Vivono online, forse. Ma vivono!
La dimensione virtuale annulla quella temporale e, per miracolo, permette un salutare dissetarsi sulle rive dell’Ippocrene quale non sarebbe mai stato possibile altrimenti. La Rete invalida gli stereotipi d’importazione e le vergogne di mille anni, lasciando che sia chi ne fruisce a scegliere tra scrittori e poeti antichi e/o moderni, tra autori noti e/o meno famosi, tra spiriti geniali e/o talenti in erba. Non nego che l’estrema tolleranza editoriale di Internet determini, da un lato, uno scadimento verso il basso e, dall’altro, un potenziale pericolo di livellamento in quella direzione. Del resto, questo passaggio sarebbe naturale dato che “mancano i maestri, mancano le regole, mancano i limiti identificativi, ma soprattutto manca la necessaria diligenza stilistica che sola può portare ad esprimere un’arte degna di sé” (vedi Manifesto Net – Navigo, Ergo Sum); tuttavia, questo può accadere solamente quando si guarda ad Internet come al nostro target editoriale, piuttosto che al motore di divulgazione universale che dovrebbe essere.
Il nostro tempo privato d’ogni ideologia, d’ogni romanticismo, ma pratico e determinato nel raggiungere i suoi obiettivi, soprattutto liberato da pregiudizi e frustrazioni (anche letterarie) che non hanno più alcuna ragion d’essere, diventa quindi il più valido alleato di tutti coloro che hanno davvero a cuore il destino della Lingua e della Cultura sarda. Il nostro destino. Quel destino che possiamo mutare sempre e soltanto un poco, ma che sarebbe criminale lasciare che si compia senza tentare di modellarlo il tanto che basta; come troppo spesso accadeva sotto il solleone delle lunghe estati sarde, dentro i momenti nebbiosi, innevati, tipici delle morte stagioni dell'Imperturbabile Montagna, tra i cespugli fioriti, i pascoli verdi, odorosi di primavera come solo sanno essere… in Ogliastra.
A compendio di ISOLE, la prima antologia della nuova provincia d’Ogliastra
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Por lobitogabriel - 31 de Mayo, 2006, 8:34, Categoría: periodico
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